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StopDrawing

Domani si chiude la mostra al MAXXI che si domanda se il disegno occupa ancora una posizione centrale nell’architettura

StopDrawing – il titolo della mostra al MAXXI di Roma (a cura di Pippo Ciorra e che si chiude domani, domenica 21 settembre) sarebbe piaciuto a Bruno Zevi. Perché? Perché Zevi non ha mai smesso di attaccare il disegno. Per lui il disegno era l’astrazione su carta, la ricerca ossessiva di simmetrie, regole, proporzioni: un mondo idealizzato, che metteva in secondo piano l’esperienza viva, mutevole e concreta dello spazio. Non a caso il suo nemico dichiarato era il Rinascimento e Leon Battista Alberti, che nel Quattrocento aveva posto proprio il disegno al centro del metodo dell’architettura. Ma fu la rottura di questa centralità mitizzante a spalancare le porte alla modernità. Basta pensare in pittura a Caravaggio, che sostituì alle astrazioni estetizzanti i volti e i corpi dei suoi compagni di strada, o in architettura a Francesco Borromini, che scardinò i canoni rinascimentali partendo dalla sua esperienza manuale di scalpellino, non certo da quella accademica.

Torniamo alla mostra. Per Pippo Ciorra, oggi a mettere in crisi il disegno e la sua presunta centralità nell’elaborazione architettonica sono almeno tre vettori, che intaccano il cuore metodologico della disciplina fino a ieri intoccabile.

Il primo è naturalmente il digitale. La sezione è piccola, ma contiene pezzi interessanti: un’opera di Span (Sandra Manninger e Matias del Campo) , un grande pannello ALL DIGIT, e un lavoro che rielabora le Carceri di Piranesi con l’intelligenza artificiale, trasformandole in un sogno onirico più che in un iper-realismo. C’è poi il ricordo di un prototipo degli anni ’70 di Cedric Price e John Frazer, un’architettura interattiva che si riconfigurava ogni volta secondo i desideri degli utenti: visionaria allora e ancora oggi. Sarebbe interessante ricostruirlo invece di creare un enorme igloo verde, all’interno del quale, indossando un visore, si assiste a un cielo in lentissimo movimento, con musica di sottofondo.

John Frazer e Cedric Price, Generator Project, White Oak, Florida 1978-1980

La seconda stazione sposta l’attacco sul piano sociologico e politico. Qui il punto di riferimento è la rivista The Funambulist, che da anni lavora a un’indagine radicale su conflitti, frizioni e nuove possibilità per l’architettura.

La terza è di matrice artistica: da una parte si mostra la dissoluzione dell’architettura nei flussi della società di massa, dall’altra si recupera il modello fisico come strumento, con al centro l’esperienza di Frank Owen Gehry.

La prima sezione della mostra Digitale
La terza sezione Arte.

Infine, la quarta sezione: quasi ecumenica, recupera personalità che fanno del disegno la chiave della propria pratica. Sorprende, perché affiancare tesi e antitesi nello stesso gesto culturale finisce per indebolirne la forza.

Alla fine la mostra è piccola, messa su in fretta, ancora senza catalogo e occupa solo qualche pianerottolo del MAXXI. Di questi tempi, forse, ci si deve accontentare.

Ecco la guida che contiene anche i crediti completi della mostra, con diverse sorprese interessanti.

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