Il confronto tra la monumentalità della Capitale e il dinamismo dei riti etnei svela il segreto della scalinata di San Nicola a Trecastagni: un dispositivo dove il ritmo dell’ascesa rigenera il rapporto tra uomo, memoria e paesaggio.
Roma ha inventato lo spazio come evento pubblico? Per molti anni ne sono stato fermamente convinto. Mi affascinava soprattutto il modo in cui il tessuto urbano si innestava sul dato orografico, assecondando la presenza delle colline. Ne nascono spazi scenografici, a volte monumentali — come la Scalinata di Trinità dei Monti o quella del Campidoglio — altre volte intimi e preziosi, come il Casino di Pio IV di Pirro Ligorio o la salita di San Pietro in Montorio al Gianicolo.
Tuttavia, questa convinzione è entrata in crisi dopo aver partecipato alla festa di Sant’Agata a Catania. In quell’occasione, non solo la preminenza di Roma mi è parsa dubbia, ma ho capito che gli spazi pubblici non esistono davvero senza l’evento che li accoglie. Sembra quasi che le strade e le piazze di Catania siano modellate da quei “fiumi di lava bianca”: la folla immensa di fedeli che le invade e le “forma”.
Proprio quest’anno, nei giorni della festa, l’architetto Francesco Ferrara mi ha fatto scoprire uno spazio nascosto e straordinario. Si tratta di una scalinata che collega la città a una chiesa posta a una quota molto più alta: una piccola Trinità dei Monti, per intenderci. Ma questo luogo mi ha colpito immediatamente per il suo costante gioco tra simmetria e asimmetria.

L’asse di simmetria è del tutto apparente, tutto sghembo e episodico definito solo dalla piccola esedra in basso e dalla terrazza antistante in alto, lungo la salita è un susseguirsi di invenzioni e “accidenti” visivi: una rampa si estende per includere un ingresso, si allunga per farsi balconata, si interrompe per offrire una sosta inattesa. Ho capito subito, insieme a Francesco, che quest’opera meritava di essere conosciuta.
E adesso, lascio a lui la parola. (A.S.)
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Dispositivo urbano e paesaggio
Il 5 febbraio non è stato un sopralluogo. È stato un atto di rimemorazione. Ritornare in un luogo può significare accertare se questo mantenga ancora la capacità di generare senso antico o nuovi significati. Non è un gesto nostalgico né autoreferenziale, ma un controllo critico: la forma costruita è ancora significativa? Il paesaggio conserva la propria forza simbolica? L’architettura continua a funzionare come dispositivo di elevazione?

La deviazione verso Trecastagni, prima della salita all’Etna, si è inserita in un circuito esperienziale, soggettivo e condiviso, di strade storiche ed emergenze sacre che, nel tempo, hanno costituito un cammino di meditazione e rigenerazione psicofisica individuale. Non un itinerario turistico, ma una pratica di attraversamento consapevole dello spazio.
Nel giorno in cui Catania celebrava Sant’Agata e la città si strutturava attorno al rito della cera e del cammino votivo, la scalinata della Chiesa madre di San Nicola di Bari si è presentata come gesto ascensionale parallelo: non processionale, ma architettonico; non collettivo, ma interiorizzato.
La scalinata di Trecastagni non è un elemento isolato. È un sistema di raccordo composto da rampa obliqua, scalinata rettilinea ed esedra semicircolare, risultato di stratificazioni storiche, integrate in un’unica regia spaziale sviluppatasi nell’arco di tre secoli.

L’esedra opera come camera di preparazione: contiene lo sguardo, rallenta il passo, organizza l’orientamento. Le rampe non sono solo soluzioni altimetriche: costruiscono una sequenza di soglie in cui il corpo umano diventa misura dello spazio, poiché qui lo spazio si manifesta anzitutto come percorso prima che come struttura.
La terrazza superiore e i terrazzamenti intermedi aprono gradatamente il campo visivo verso la costa ionica. Il paesaggio non è sfondo, ma componente attiva del dispositivo d’insieme. Come osservava Kevin Lynch, i nodi e i percorsi strutturano l’immagine della città; qui il nodo coincide con un luogo di ascesa che si prolunga nell’orizzonte.
La trascendenza, in questo contesto, non è metafora. È effetto spaziale: variazione di quota, dilatazione prospettica, riorientamento percettivo.
Materia, tessitura e geologia
La pietra lavica della scalinata stabilisce una continuità evidente con l’Etna. La stessa matrice geologica che alimenta il vulcano si traduce in gradini e muri di contenimento, ancora vitali nella loro presenza materica.
La materia conserva dunque l’impronta della fabbrica originaria e rende leggibili le fasi costruttive successive, come documentato dalle analisi storiografiche e morfologiche condotte su questo sito.
In questa relazione tra geologia e tessitura la costruzione si colloca come dato essenziale: la città non si sovrappone al territorio, ma ne rappresenta una trasformazione coerente.

Simbiosi rigenerativa e ambiente costruito
Il ritorno del 5 febbraio ha reso evidente una dinamica precisa: la simbiosi rigenerativa tra individuo e luogo, tra percezione, memoria e ambiente costruito.Le ricerche contemporanee sul rapporto tra ambiente e benessere mostrano come la qualità spaziale incida sui processi di regolazione emotiva e cognitiva.
In un contesto come quello di Trecastagni, la sequenza ascensionale, la materia tattile e l’apertura paesaggistica operano come fattori di riequilibrio. Il cammino lungo le rampe modifica il ritmo respiratorio; la vista sull’orizzonte amplia il campo percettivo; il contatto con la pietra radica l’esperienza nel presente. La trascendenza, qui, non è fuga dal mondo. È intensificazione della presenza: l’ascesa verso il campanile è anche immersione nell’Io, perché quando lo spazio è costruito come ambiente di vita, si trasforma in evento.

Info Bibliografiche
M. Galizia et al., Studio sulla scalinata della Chiesa di San Nicola di Bari a Trecastagni, analisi morfologica e stratigrafica, Eikonocity, 2020.
Sulla tradizione devozionale dei Santi Alfio, Filadelfo e Cirino e sui pellegrinaggi etnei: fonti storiche locali e cronache recenti (vdj.it; tradizione del culto della cera).
R. S. Ulrich, “View through a window may influence recovery from surgery”, Science, n.4647, 1984;
J. Pallasmaa, The Eyes of the Skin, Wiley, 2005.

