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Architetture allo specchio: il gioco dei doppi tra Mies e Klee

Napoli si fa teatro di un raffinato intreccio di dualità. Da un lato, la mostra dello studio MC2AA dove dieci parole-azione di Dario Costi e Simona Melli dialogano con le sculture di Paolo Mezzadri e gli schizzi per due opere in costruzione a Sassuolo dal grande impatto civile; dall’altro, il ‘doppio’ teorico tra Mies van der Rohe e Paul Klee esplorato nell’ultimo volume di Costi per LetteraVentidue. Un’immersione tra progetto e ossessione, resa possibile dall’accoglienza di Renato Capozzi e Federica Visconti all’Università Federico II, qui ripercorsa da Sara Patrizia Tortoriello attraverso le suggestioni di una due giorni intensa.


Accesso al percorso espositivo. Le lettere in metallo con foglie d’argento introducono la prima installazione della mostra Forma Relazione, Studio MC2AA

C’è sempre un’origine silenziosa e sacra  nei gesti che contano davvero. Nel caso di Dario Costi, quell’origine è il disegno: un atto primario, istintivo, precedente alla parola, praticato fin dall’infanzia come forma di conoscenza e di necessità espressiva. Disegnare non come esercizio decorativo, ma come modo di stare al mondo. Le matite consumate sui muri della stanza, il segno preferito al linguaggio verbale, l’educazione sentimentale maturata sfogliando «I Maestri del colore« – la serie dei 200 fascicoli dedicata ai grandi pittori di tutti i tempi ideata da Roberto Longhi e diretta da Franco Russoli per Fabbri editore – sotto lo sguardo partecipe della madre: tutto concorre a costruire una grammatica dello sguardo che trova in Paul Klee un riferimento fondativo.

Klee non è qui un maestro citato, ma interiorizzato. I suoi scritti e i suoi disegni vengono vissuti come un diario intimo, come una guida capace di insegnare che l’arte è vita e che la forma non è un involucro, ma un’essenza in movimento. Le sue città, apparizioni a occhi chiusi, impressioni affettive prima che costruzioni razionali, diventano il paradigma di un modo di pensare lo spazio come condensazione di memoria, emozione e struttura. Quando Klee parla di costruttivo, non indica una totalità chiusa, ma una tensione: l’esattezza come fondamento, il mistero come apertura. Pittura architettonica e pittura poetica, rigore e vibrazione, sintesi e brivido inspiegabile.

Pagina di schizzi di Dario Costi dal volume edito in occasione della Mostra e del catalogo “Dario Costi Quaderni di Architettura”a cura di Oreste Lubrano e Antonio Villa Clean, 2026

È dentro questa dialettica che il disegno si afferma come strumento insostituibile. Non rappresentazione, ma indagine. Non illustrazione del già noto, ma mappa incompleta di territori da esplorare. Disegnare significa scrivere per punti, sospendere il giudizio, lasciare che la forma emerga lentamente, senza forzarla. L’architettura, soprattutto dopo la frattura del Movimento Moderno, non può più essere un repertorio di regole, ma un’interpretazione impegnata della complessità, una riduzione consapevole che restituisce forma riconoscibile e civile a un’idea di città.

Per questo il progetto non nasce mai compiuto. La soluzione non è data in partenza: va conquistata. Il disegno diventa allora il luogo in cui il pensiero verifica le direzioni possibili, individua i bivi, sceglie da che parte andare. La prima fase richiede disciplina e distanza: osservare dall’alto, girare intorno all’oggetto, allargare lo sguardo come fa un rapace prima dell’affondo. Solo dopo si entra nel vivo, quando le linee iniziano a stringersi, a definire relazioni, a dare consistenza figurativa e volumetrica alle intuizioni.

Pagina di appunti e di schizzi di Dario Costi

Gli schizzi non nascono in Costi subito risolutivi. Evitano la decisione prematura, rifuggono l’abitudine, restano volutamente densi e irrisolti. Gomitoli di forze, energie orientate, linee lasciate sul campo per essere riprese, corrette, sviluppate. Poi, lentamente, la matassa si dipana: le forme emergono, i nodi strutturali si chiariscono, il progetto comincia a prendere corpo. È un processo fatto di accelerazioni e pause, di slanci e ritorni, di voli ravvicinati e nuove distanze. Ogni soluzione è provvisoria, ogni esito va rimesso in discussione. Con Aldo Rossi, è un amore vissuto con egoismo; con Culotta, un progetto che va pensato “in scala uno a uno”, come se fosse definitivo.


Installazione dei dieci modelli in scala dei progetti.

In questo lavoro ostinato e febbrile, il disegno accompagna tutte le fasi: esplorazione, verifica, sintesi. Dialoga con il disegno tecnico, con il modello, con i conti economici, senza perdere la sua funzione originaria: tenere viva la tensione, evitare la chiusura precoce, consentire l’imprevisto. Ogni avanzamento è anche una perdita, ogni rinuncia prepara una conquista futura. Il progetto diventa ossessione, ricerca divorante, ma è proprio questa tensione che permette il salto di sperimentazione, il cambiamento di stato, l’approdo a una forma necessaria.

Solo quando il flusso si esaurisce, quando non serve più cercare, il disegno si ferma. Rientra nei quaderni, come una sedimentazione silenziosa. Ed è allora che l’architettura può dirsi pronta a entrare nella realtà.

Questo metodo trova una traduzione esemplare nel Progetto di Rigenerazione Urbana per Sassuolo di Studio MC2AA (Dario Costi e Simona Melli), di cui per la prima volta viene ricostruita la sequenza logica e temporale degli schizzi. Non è un’operazione celebrativa, ma un atto di trasparenza: mostrare come la forma maturi nel tempo, come le operazioni di piano – orografia, soglia, piega, curva, taglio, incisione, sospensione, sequenza – convivano e si intreccino in un organismo architettonico complesso.

Il progetto si colloca ai margini di un parco urbano e innesta due architetture civili contemporanee che rafforzano lo spazio pubblico e sperimentano, nel concreto, una vera architettura delle relazioni. Da un lato, il nuovo ingresso al Centro per le Famiglie: una struttura promiscua, insieme coperta e informale, che recupera spazi esistenti e li trasforma in luogo di accoglienza, palcoscenico urbano, simbolo di comunità. Dall’altro, la Casa delle Associazioni con il Centro Antiviolenza: un edificio scavato, piegato, inciso, che lavora per sottrazione, mettendo in relazione periferia e centro storico attraverso una sequenza di spazi aperti, corti protette, soglie e attraversamenti.

Qui la forma nasce dall’equilibrio tra massa e superficie, tra pieno e vuoto, tra compattezza e movimento. Il riferimento al Palazzo Ducale Farnese di Piacenza affiora non come citazione, ma come memoria profonda: una massa muraria scavata, incompleta, che diventa matrice spaziale. Il rapporto con il suolo è fondativo: il terreno si piega, si incava, diventa scala, seduta, luogo di sosta e di incontro. Gli ingressi sono differenziati, gli spazi protetti, le corti interne pensate come luoghi di sollievo e riservatezza, soprattutto per le donne e i bambini accolti dal Centro Antiviolenza.

Sul fronte opposto, la Casa delle Associazioni si configura come spazio ibrido e polifunzionale: bar, galleria, sala eventi, coworking, terrazze che inquadrano la città e il paesaggio. I lucernari, le finestre diagonali, i fronti arretrati modulano la luce e mettono in tensione la massa. La dialettica tra compattezza e scorrimento delle superfici genera un’architettura vibrante, mai retorica, profondamente urbana.

Una città delle relazioni, capace di offrire luoghi ibridi in cui riconoscersi, sostare, attraversare. In un’epoca segnata dalla deriva digitale e dall’isolamento individuale, l’architettura torna a essere compensazione fisica e sociale.

Alla fine, ciò che resta è una lezione limpida: l’architettura non nasce dalla forma, ma dal tema. «Datemi un tema e un luogo e io vi do un progetto», diceva Ignazio Gardella. Qui quel tema è la relazione, e il disegno ne è stato il primo, indispensabile strumento di conoscenza. Non per rappresentare, ma per capire e aprire nuove relazioni.

Una delle opere di Paolo M, ezzadri che accompagna il lavoro dello studio MC2AA in mostra a Napoli

Le foto che illustrano l’articolo sono di Antonio Villa

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