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Roberto Longhi


In risposta a una recensione su Op. Cit. , il critico Paolo Allegrezza ci fa pervenire questo contributo che volentieri pubblichiamo.

Tommaso Tovaglieri
Roberto Longhi
Il mito del più grande storico dell’arte del Novecento
Il Saggiatore, pp. 604, 38 e.

Roberto Longhi è un venerato maestro, cui è spettato un destino paradossale: essere più citato che letto, complice anche la difficile reperibilità, per molti anni, dei suoi libri. Lo stesso Meridiano dedicatogli nel ‘73 da Contini, se ha legittimato la fama del grande prosatore, di cui un infaticabile sostenitore è stato Alberto Arbasino, non ha contribuito alla diffusione dei saggi sull’arte. Oggi quasi tutti disponibili, ma forse non sottratti ad un cono d’ombra cui può avere contribuito l’assenza nella produzione longhiana di un manuale, considerando la tardiva pubblicazione, come opera a sé stante, della “Breve ma veridica storia della pittura italiana” (1980). 

Ne consegue che giunge quanto mai opportuna una biografia (Tommaso Tovaglieri, Roberto Longhi. Il mito del più grande storico dell’arte del Novecento) che riprende i fili di un’avventura critica quale sviluppatasi nell’arco di un sessantennio e che attraversa momenti cruciali della storia culturale italiana del Novecento. E proprio qui, come vedremo, sorgono alcuni dubbi sull’operazione. 

Il libro è uno sforzo poderoso di circa 600 pagine nelle quali si ricostruisce, utilizzando una mole documentaria notevole, la storia di Longhi al contrario; si parte dal 3 giugno ‘70, data della morte, ricostruendo nella seconda parte la vita fino alla giovinezza con la quale si chiude la biografia. L’espediente narrativo è funzionale alla messa in evidenza dell’ipotesi critica che sostiene il libro: per parlare di Longhi non basta affrontare le opere ma bisogna parlare del “mito”, la cui aura fin dagli anni ‘40, si accompagna alla dimensione internazionale. 

Roberto Lonbghi e la riscoperta di Caravaggio Vedi


Il lettore si inoltra così nell’interminabile sequenza (abbiamo contato più di 40 pagine) delle reazioni di cordoglio alla morte, con dettagliata disamina, oltre alla documentazione riguardante le autorità,  dei presenti e degli assenti, questi ultimi misurati sulla scorta delle varie aggregazioni di amici-nemici formatesi negli anni. Si succedono, direttamente citate nel testo, le testimonianze di Gianfranco Contini, Attilio Bertolucci, Francesco Arcangeli, Giovanni Testori, Giuseppe Ungaretti, Renato Guttuso, appartenenti al ristretto cerchio di amici e discepoli cui spetterà raccogliere l’eredità del maestro. Compito che per la sua attuazione vede protagonista uno dei grandi mecenati dell’editoria artistica e letteraria italiana: il banchiere Raffaele Mattioli, cui spettava il compito di dare vita alla Fondazione Longhi, come si evince dal lascito testamentario, di cui è proposta un’ampia citazione. Siamo così condotti con minuzia nei meandri di ordine pratico che presiedettero alla nascita della Fondazione, anche in questo caso con copiosa documentazione della corrispondenza fra i protagonisti della vicenda. Su cui si staglia la figura di Anna Banti che, oltre ad essere stata moglie di Longhi e scrittrice di vaglia, si occupò per decenni della co direzione di “Paragone”; Banti non fu certo figura laterale, la stessa idea di una rivista per metà dedicata all’arte e per un’altra alla letteratura, con fascicoli pubblicati nell’arco dell’anno, porta la sua impronta. Dal libro ne emerge la combattività, come conferma la corrispondenza con gli editori e il conflitto che la vide opposta ad Antonio Boschetto, il collaboratore più stretto di Longhi con cui ingaggiò una lunga querelle concernente la gestione della fondazione.

La collana I Maestri del Colore nacque nel clima culturale di Roberto Longhi, che ne ispirò e sostenne l’impostazione intellettuale. Ad un solopittore vennero dedicati due fascioli: Caravaggio.

Ma uno dei meriti del libro è l’avere bene evidenziato l’importanza del lavoro di squadra messo in atto dai due coniugi e la capacità di tessere una formidabile rete di relazioni; nella seconda parte del libro si approfondisce la natura del rapporto che per più di cinquant’anni li ha tenuti uniti e la stessa funzione strategica che nella vita di Longhi ha avuto la dimora fiorentina de “Il Tasso”, luogo di studio, sede della collezione e della fondamentale fototeca, crocevia di incontri. Vi è poi, sempre sul versante eredità, la vicenda del lascito accademico di Longhi, anche qui ricostruito con grande dovizia documentaria e pieno di particolari succosi. La platea dei protagonisti: Francesco Arcangeli, l’erede prediletto e successore della cattedra bolognese scomparso prematuramente nel ‘74, Giovanni Previtali, longhiano e antagonista di un’altra allieva speciale, Mina Gregori (unica longhiana in vita), con cui ingaggiò aspri duelli su metodo e attribuzioni, Giuliano Briganti, anche lui della schiera e destinato ad una luminosa carriera; cui vanno aggiunti i nemici, i seguaci di Lionello Venturi e i romani, tra cui Argan, cui va aggiunto un altro dei grandi nomi della critica novecentesca, Carlo Ludovico Ragghianti. Il conflitto è ricostruito sulla scorta dei duelli accademici per le cattedre universitarie e del botta e risposta sulle riviste riguardo alle attribuzioni. 

Più che la sequela di documenti, sarebbe stata utile una ricostruzione dei contenuti della disputa che verteva sulla pratica da connoisseur di Longhi da una parte e sull’aderenza al metodo storico, crociano e poi marxista, degli altri. Temi certamente meno attraenti rispetto alla cronaca dei conflitti accademici, ma decisivi per capire le ragioni dei protagonisti. Così come sarebbe stata utile un’intrusione nell’officina longhiana, esemplificata nell’esegesi di qualche lettura. 

Nella seconda parte del libro entriamo finalmente nella vita di Longhi, ma anche in questo caso a farla da padrone sono le questioni di contesto. È l’effetto conseguente alla preminenza assegnata alla corrispondenza dalla quale emergono le posizioni longhiane sulle più varie questioni, ma non ciò che più ci interesserebbe sapere: il lavoro effettivo del critico. Mentre percorriamo alcuni passaggi storici quali il rapporto col fascismo e il dramma del ‘43, le tormentate vicende editoriali di “Paragone” tra Feltrinelli e Mondadori, il mancato trasferimento universitario a Milano negli anni ‘50, rimangono in sospeso alcune questioni fondamentali, al netto di alcuni giudizi sommari, ad esempio sul “Gruppo 63” (p. 277) e riferimenti fugaci all’attualità non proprio necessari, come nel caso della morte di Tenco (p. 293). Poco emerge su temi non trascurabili come il rapporto con Croce, il marxismo, l’analisi della scrittura, le ragioni per cui un testo come “Officina ferrarese” è da considerare rivoluzionario, i fondamenti della lettura di Piero e Caravaggio, la fascinazione per Morandi, la scarsa considerazione dell’astrattismo. Un dato quest’ultimo cui si può ricondurre il sospetto che “il più grande storico dell’arte del Novecento” (a proposito, italiano o mondiale ?) fosse ad un certo punto della sua vita chiuso in un’idea passatista dell’arte, poco incline alla comprensione del nuovo ? Ma si tratta di domande inattuali, che riguardano la critica, mentre il mercato editoriale è avido di cronaca e di saggistica narrata, che dia l’impressione del  romanzo. La lettura deve risultare piacevole e mai noiosa. Obiettivo che il libro di Tovaglieri certamente raggiunge.

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