Nella sera dell’11 novembre un vasto incendio è divampato in un’ala del centro fieristico Le Ciminier (precisamente nell’auditorium “C1”, che comprende due sale da 1.200 e 600 posti) opera dell’architetto Giacomo Leone. Le fiamme sono partite durante lavori di manutenzione nella copertura in legno del tetto. L’incendio ha causato il collasso della copertura lignea del teatro, distruggendo quasi completamente le due sale.
L’incendio che ha devastato l’Auditorium delle Ciminiere di Catania non è un semplice fatto di cronaca locale: è l’ennesima epifania di un fallimento culturale e amministrativo che dura da decenni. Non è un evento imprevisto, né imprevedibile. È la conseguenza di una lunga stagione di rimozione, incuria e perdita di responsabilità verso uno dei più importanti insediamenti industriali del Novecento siciliano. Un’opera splendidamente recuperata dall’architetto Leone e portata a pulsante centro di attività urbana ma poi, passata da mano a mano, si è progressivamente svuotata di significato ed è stata semi abbandonata.
La violenza del rogo non cancella solo un luogo: cancella il simbolo di una città democratica aperta vivace. E lo fa in una maniera che chi ha conosciuto e stimato Giacomo Leone non può che leggere come l’esito esatto, puntuale, delle sue profezie critiche.
Dieci anni prima: 2015, primo incendio. Il fuoco che nessuno volle ascoltare
Per comprendere ciò che è accaduto nel 2025, occorre tornare al 2015, quando un primo incendio, nella stessa area della ex Raffineria di Viale Africa, devastò una parte significativa del complesso.
Le cronache di allora — oggi reperibili su molte testate — parlavano già di:
- incuria prolungata,
- mancanza di piani di sicurezza,
- assenza di manutenzione programmata,
- dubbi sul recupero dell’intero sito.
Quel rogo avrebbe dovuto essere un punto di nuova consapevolezza. E invece si è trasformato in un monito ignorato, un avviso disatteso che ha spalancato la strada all’incendio del 2025. Perché quando non si cura, si dimentica. E quando si dimentica, si perde.
Il paradosso più grave non è solo la ripetizione del disastro dopo dieci anni. È che, due settimane prima del rogo, l’Auditorium appariva formalmente in ristrutturazione. Il 25 ottobre 2025 — il giorno successivo al Convegno di Ragusa sulla progettazione accessibile nei musei e nei luoghi della cultura — chi scrive si trovava proprio nell’area delle Ciminiere con alcuni ospiti. Quasi per caso ho scattato una foto. Riguardandola oggi, la sua forza è devastante: ponteggi metallici cingevano l’involucro esterno, fasciando il caratteristico “ciottolo” post-industriale, come a preannunciare un intervento di recupero finalmente avviato. Ma appena quattordici giorni dopo, quelle stesse superfici sono state divorate dal fuoco. Il dato è ancora più inquietante: l’incendio non ha colpito un luogo abbandonato. Ha colpito un luogo tecnicamente in cura, ma culturalmente privo di tutela reale.
La “profezia” subita di Giacomo Leone
Alcune affermazioni di Leone oggi, brillano come sentenze definitive:
«Il patrimonio pubblico non lo distrugge il tempo: lo distrugge l’indifferenza». Leone percepiva la città come un organismo che può ammalarsi non per crollo, ma per abbandono culturale. Il 2025 non è che la conferma di quella diagnosi. «La manutenzione non coincide con il cantiere. La tutela è un gesto culturale, non tecnico». Che l’Auditorium bruci con lavori e ponteggi in corso d’opera è la prova vivente di questa anti-tesi: si può restaurare senza proteggere, si può intervenire senza avere un progetto di senso. «Le città muoiono quando smettono di guardare i loro luoghi». L’incendio del 2025 sancisce un fallimento di sguardo, non di sola prevenzione. (1)

Le Ciminiere è stato uno dei rari esempi italiani di archeologia industriale reinterpretata come luogo culturale. Hanno ospitato memorie di lavoro, di energia, di trasformazioni urbane. La loro specificità non è solo architettonica: è civile. E proprio per questo la perdita dell’Auditorium non può essere archiviata come semplice sventura, ma come il risultato del vuoto di responsabilità che ha accompagnato il luogo — prima, durante e dopo gli interventi edilizi. Un sito simbolico come questo non può essere trattato come un fabbricato qualunque. Non può essere lasciato in una terra di nessuno tra restauro e abbandono. Non può vivere solo di straordinari eventi: deve vivere di visione, cura, attesa, manutenzione intelligente. Esattamente ciò che Leone, già nel 2015, vedeva svanire sotto i nostri occhi.

Gli spazi pubblici sono dispositivi civili. Non sono “contenitori”, non sono “strutture”, non sono “funzioni”: sono beni cruciali per un’idea di citta liberea aperta e democratica. Quando il fuoco colpisce un museo, un auditorium, un ex sito industriale rigenerato, non divora materiali: divora cittadinanza. E allora la domanda non è: come è successo? La domanda è: perché lo abbiamo permesso? Perché dieci anni non sono bastati per garantire un piano di prevenzione? Perché le impalcature erano lì, ma la tutela no? Perché la visione civica si è ridotta a manutenzione episodica?
Una eredità scomoda
Ricordare Leone, oggi, non è un gesto nostalgico. È un dovere intellettuale. Perché lui aveva visto tutto:
- la normalizzazione dell’insipienza,
- la trasformazione dei luoghi pubblici in non-luoghi,
- la meccanizzazione del restauro,
- la riduzione della cultura a evento,
- la progressiva perdita dell’etica dell’architetto come guardiano del paesaggio urbano.
Diceva spesso:
«L’architettura è un atto di responsabilità pubblica. Quando la responsabilità si spegne, l’architettura brucia.» Queste parole sono ora incise sulle rovine dell’Auditorium.
Occorre:
- una visione integrata di tutela del patrimonio post- industriale;
- una manutenzione programmata, non episodica;
- un protocollo di prevenzione incendi degno di un sito culturale strategico;
- una responsabilità politica esplicita, non diluita;
- un coinvolgimento disciplinare che chiami architetti, urbanisti, storici, tecnici e cittadini a un tavolo comune.

(1) Le citazioni di Giacome Leone provengono da Morte di una Architettura, a cura di Francesco Ferrara, iBook gennaio 2017,

