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Garamond: scena, azione e segni in Michele Longo

A Roma, sino al 15 Luglio 2022, si tiene la mostra “Calligrafia e verità” di Michele Longo: na ricerca originale che intreccia astrazione, scenografia e spazio. A palazzo Besso, Largo di Torre Argentina 11.

Il lavoro di Michele Longo ha le sue radici nell’avanguardia, in particolare nell’avventura artistica e letteraria che, a partire dalla seconda metà degli anni ’50 e nel corso di un ventennio, ebbe come luogo privilegiato d’azione la città di Napoli. È la vicenda che vide protagonisti gli artisti del Gruppo ’58 (Biasi,  Del Pezzo,  Di Bello,  Fergola,  Persico, con al centro la figura di Luigi Castellano, Luca) e i poeti (Caruso,  Diacono, Martini) che, sulle orme del lettrismo e della sperimentazioni verbo visuali indicavano un percorso in parte diverso rispetto a quello della più celebrata neoavanguardia. L’esordio di Longo si colloca in questo contesto, nel gruppo NA6 (Dentale, Gennaro, Lista, Longo, Piersanti e Torre), sorto nel ’62 e prima aggregazione promossa autonomamente da Luca all’insegna del legame tra sperimentalismo neo dada e impegno politico. Di questo contesto culturale antiTheSi si occupata alcuni mesi or sono.

Negli anni successivi Longo si allontana da Napoli per lavorare come regista televisivo e pubblicitario, autore di documentari e, soprattutto, di scenografia teatrali. Ma il filo che lo lega alla pittura rimane vivo e riemerge pubblicamente in una serie di lavori ispirati al tema del viaggio che confluiranno in quattro mostre romane (2016-2019), una delle quali, “La pittura declinata” (2017), insieme a due ex sodali dell’NA6, Dentale e Piersanti. 

In questa fase prevale il tema del paesaggio che, memore dell’antica militanza sperimentale, è raffigurato fuori da ogni intento naturalistico; si tratta della valle del Tevere ai piedi del monte Soratte, i luoghi dove l’artista ha scelto di vivere, protagonisti di un percorso di attraversamento visivo il cui tema prevalente è lo sconfinamento, la ricerca di un senso ulteriore nella relazione tra la presenza dell’umano e la natura. Qui Longo lavora sulle stratificazioni (terra, nuvole, cielo) che, come da lezione impressionista, tendono a confondersi, a rimanere indefinite; come se la traccia della storia, prevalentemente affidata a segni orizzontali o verticali di colore nero e rosso che si stagliano sul verde e sul grigio del paesaggio, si connettesse  e fosse tutt’uno con la natura. Compito dell’arte immaginare  nuove connessioni, ibridazioni, possibilità di senso, partendo da una percezione all’inizio affidata alla fotografia, quindi materializzata negli strati di colore. Si tratta di uno scenario da cui è assente il pathos, cui l’artista preferisce la messa in scena di un campione di possibilità che esclude la responsabilità di un pronunciamento. Né vi è alcuna indulgenza nel gioco o nella citazione, soluzioni predilette dalle poetiche post avanguardiste. Longo si limita a mettere sulla tela un potenziale racconto di cui egli stesso non conosce l’esito, il che ci porta all’altra costante di questo lavoro: la cancellazione dell’io.    

Michele Longo, Composizione 100×80 2018

Oggi l’artista espone a Roma presso la Fondazione Besso un nuovo ciclo di opere in una mostra, “Calligrafia e verità”, curata da Gianni Garrera. Rispetto alla fase del viaggio, il punto di vista, pur assumendo sempre il paesaggio come riferimento privilegiato, passa attraverso un processo di destrutturazione del contesto. 

Michele Longo, Garamond: composizione 60×60 2019

Punto di partenza non è più l’osservazione del paesaggio, previa ricognizione fotografica, ma la sua definitiva concettualizzazione. Nei fondi neri e rossi, cui leggeri strati di cartonato conferiscono spessore, si stagliano frammenti di lettere che evocano i caratteri tipografici Garamond. La loro imponenza sovrasta il paesaggio tanto da assumere un ruolo prevalente nella composizione, il che induce a trascendere il grafema che sembra richiamare architetture o porzioni di esse innestate nella natura. La scelta dei caratteri tipografici ha un valore grafico, non va letta in chiave simbolica come un riferimento alla relazione tra linguaggio e verità. Le lettere, simili a frammenti di colonne, rimandano ad uno spazio architettonico fatto di precisione geometrica e cromatica; disegni rigorosi che attraverso la tela esaltano la loro forma primordiale. È uno spazio levigato che evoca una dimensione esterna alla tela in cui sconfinano le lettere poste in posizione obliqua, incistate nello spazio.

Michele Longo, Garamond: composizione 60×40 2019

L’operazione di Longo rimanda così ad un divenire in cui lettere-architetture sembrano attraversare lo spazio e creare nuove possibilità, ulteriori sconfinamenti che l’immaginazione dello spettatore provvederà ad inverare. Una ricerca generata dunque da un processo di semplificazione testimoniato dalla scelta prevalente del nero e del rosso. Sappiamo come l’assorbimento del rosso nel nero sia stato un tema caro a Rothko e alla dimensione tragica della sua pittura. In Longo non vi è un dramma in atto, ma la rappresentazione di una scena. rientra qui in gioco la sua esperienza in teatro, in cui energie diverse si confrontano in un momentaneo equilibrio, pronto ad essere ribaltato nella sequenza successiva. Di qui la proposta di vedere queste opere come una sequenza unica, dove i motivi diversi dei quadri corrispondono a una nuova azione, e a un nuovo equilibrio di forme. In tal senso quest’ultima stagione del lavoro di Michele Longo si innesta sulla spinta alla sperimentazione che ne aveva caratterizzato gli esordi negli anni napoletani.

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