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Storia e Critica

Rem Koolhaas, Fondazione Prada a Milano

Koolhass dimostra ancora una volta d’esser un geniale patafisico.
Egli non risolve i problemi, ma li cavalca con l’ironia; per poi abbandonarli e lasciarli come li ha trovati.
Ma lo fa con perizia e intelligenza, affidando alla raffinata suggestione della moda la confezione di circostanze note e spesso banali. Il mondo, per lui, non è cosa da cambiare radicalmente. In fondo, gli sta bene così com’è. Infatti, come la moda insegna, quando una realtà è sfacciatamente favorevole, non va sostituita ma, piuttosto, vestita.
Egli sa, con astuzia, che la condizione privilegiata che gli concede il ricco mondo della mercanzia d’autore necessita d’un bagno d’umiltà da procurarsi con l’acqua santa del paradosso, tanto apprezzato dai sacerdoti del pensiero debole dell’architettura.
Egli sa, in particolare, di non aver doti rivoluzionarie capaci di assorbirlo nella ricerca sofferta di neologismi architettonici. E di tale mancanza fa tesoro, riciclando tutto il riciclabile nel teorema della naturalezza del delirio urbano, in cui l’oro zecchino interpreta sé stesso nel duplice atto di riscattare col lusso le cianfrusaglie e, per converso, costringere lo sfarzo a vestire i panni dell’ascetismo minimale.
Non ci è dato di sapere se il disimpegno ideologico, che accompagna pomposamente la sua produzione ultima, provenga da una riflessione storico-sociologica nella quale gli eventi non sono più situazioni da superare e sostituire, ma piuttosto da sommare, come ci ha mostrato la realtà informatica.
Averne conferma rimetterebbe in gioco col dibattito culturale il suo ardire nel rimescolare continuamente le stesse carte.
Cosa di cui, per ora, dubito fortemente. Mi dichiaro comunque pronto a ricredermi.

Ps:- Intervista di Marianne Wellershoff di Spiegel sulle ragioni di Koolhaas nel progetto della fondazione Prada a Milano.

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