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Storia e Critica

Il padiglione italiano di Expo 2015

Il padiglione italiano di Expo 2015, progettato dallo studio Nemesi di Roma, senza entrare nel merito dei costi – che comunque dovrebbe contare nel giudizio di un’opera, se non altro perché questo tipo d’immunità pretenderebbe di frequentare i quartieri alti della storia dell’arte – lascia piuttosto perplessi per alcuni motivi che cercherò di esporre in dettaglio, anche se uno, in particolare, sarebbe necessario e sufficiente a escludere questo progetto dal novero degli eletti: la sua goffaggine.
La contemporaneità della scrittura architettonica concede una varietà di possibilità espressive che spaziano dalla rielaborazione dell’esistente, affidandosi questo al rigore della geometria classica, fino alla distruzione d’ogni valore compositivo, capace di tirare in ballo geometrie molto complesse.
In ognuna, a parte le ovvie distinzioni teoriche che caratterizzano ogni dottrina di progetto, c’è la possibilità di trovare aspetti che, pur non condivisibili sul piano teorico, possono suscitare positive reazioni emotive.
Come dire che la poesia, quando c’è al livello più alto, se ne frega delle teorie che la generano.
Un’architettura, quando si presenta con la postura d’un militare, rigida e simmetrica, difficilmente riesce a colpire la mia personale sensibilità. Ma ci sono casi in cui può accadere ed è accaduto.
Così un’architettura “libera”, quindi capace di invadere lo spazio in modo dinamico, leggero e vivace al pari d’una danza riesce, in principio, a ottenere il mio plauso; ma quando si presenta goffa, tramortita e immobile (questa ha la parvenza di un pachiderma incapace di alzarsi) non c’è teoria o metafora della natura in grado di rimediare al cruccio che si potesse realizzare comunque qualcosa di meglio.
Se poi s’indagano i motivi di tale risultanza, non si può non partire dal più evidente.

Se l’uso di morfologie di chiaro riferimento naturalistico devono ispirare in maniera organica il progetto (organica nel senso della tradizione architettonica che ha generato questa definizione), questo non può appartenere alla sola pelle che ricopre una struttura in tutto e per tutto contraddittoria. Vi è spreco di risorse e di concetti.
Non si può realizzare una maglia rigida e schematica, che segue esclusive logiche statiche elementari, costringendola oltretutto a forzati artifici sovrastutturali, per potergli appiccicare un costoso e greve rivestimento, tirando in ballo la retorica della natura. La natura, infatti, non si comporta in questo modo. In natura, struttura e rivestimento sono morfologicamente e organicamente coerenti.
Sembra evidente, a questo punto, che l’aspetto scenografico abbia condizionato l’intero progetto e questo aggrava la sua condizione critica. La domanda infatti è questa: se contava innanzitutto la forma, perché è risultata così goffa?
Altro elemento criticabile, se effettivamente l’ispirazione del progetto traesse origine dal tema della sostenibilità ambientale e da una nuova coscienza delle risorse del pianeta, è la ricerca assillante di geometrie distorte che, come pieghe di mantello sontuoso, ricoprono il corpo sfatto d’un bulimico metrocubismo di convenienza.
I dettagli sovradimensionati che traspaiono dietro la pelle confermano un’attenzione rivolta più alla forma esteriore che alla sostanza architettonica e ai particolari che, nei migliori esempi, la nobilitano.

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