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Storia e Critica

Biennale di architettura 2010. Italia ailatI . Parte 1

Avevo scritto che la Biennale di Molinari non voleva essere né elegante né agnostica.
La modalità espositiva è sotto gli occhi di tutti, semplice e diretta, per nulla modaiola. L’agnosticismo è invece chiaramente assente.
Partiamo da qui, dall’agnosticismo assente, e lo facciamo perchè si deve cercare di capire se la tale assenza debba essere considerata positivamente o negativamente.
Con “Ailati” Molinari vuole mostrarci che si devono fare i conti con la realtà e che questa non può che essere figlia del passato, una posizione che -come dice Molinari- non può prescindere da un “momento storico complicato, in cui l’architettura deve riflettere su sé stessa”.
Posto il problema, Molinari annulla l’agnosticismo dandone la risposta: il riflettere sottintende lo “sperimentare”, che diventa atteggiamento critico progettuale assolutamente ineludibile per uscire dallo stato di torpore.
La presa di posizione di Molinari è certamente da elogiare poiché -a differenza di chi non ha la forza e il coraggio di esprimersi sulle soluzioni dei problemi che pone- è chiara e diretta.
Detto ciò, mi sembra altrettanto chiaro che chi andrà a Venezia non potrà e non dovrà “visitare” il Padiglione Italia bensì cercare in esso i temi e le risposte ai problemi posti. Non basterà osservare le architetture esposte quali singoli oggetti di architettura contemporanea ma si dovrà riflettere criticamente sulla loro genesi.
E’ infatti “Amnesia nel presente” l’area tematica base, volano delle altre due (“Laboratorio Italia” e “Italia 2050”) e che Molinari definisce quale un “necessario bilancio sull’architettura italiana in questi ultimi venti anni”, un bilancio che, dunque, dovrebbe spronarci a “spostare il centro dei temi e dei problemi”, tanto quanto fecero Terragni e Rossi con la loro capacità di riflettere sul proprio presente e lanciarlo nel futuro.
Ma il bilancio che Molinari chiede di fare non è però supportato dalla indispensabile riflessione critica da parte del curatore tale da specificare meglio il significato di “amnesia” rispetto la “preoccupante rimozione della nostra storia”. Insomma, per potere dare vita a ciò che egli stesso auspica, ovvero ad “una riflessione storico-critica che non è mai stata svolta”, Molinari avrebbe dovuto darne l’incipit attraverso un taglio trasversale sui temi proposti, ovvero: cosa ha prodotto tale eterogeneità culturale 1990-2010? Come hanno saputo renderla pregnante i progettisti esposti nell’area tematica “Laboratorio Italia”?
Senza questo passaggio fondamentale ecco che le prime due aree tematiche non sono legate da un filo rosso che possa dare un senso compiuto alla riappropriazione di una posizione italiana non più marginale ed esclusivamente ricettiva di influssi altrui. Non a caso Molinari ci parla di Terragni e Aldo Rossi quale espressione di un pensiero “laterale, virale rispetto alla correnti principali”.
Ma forse c’è una seconda chiave di lettura, più forte e selettiva, che Molinari vuole darci: chi ha consapevolezza che la storia necessita della critica ecco che non avrà bisogno di niente altro se non il leggere nomi di persone e cose selezionati nell’area tematica “Amnesia nel presente”, e tanto basterà per riflettere sull’eterogeneità di buono e cattivo che è stato pensato e prodotto negli ultimi 20 anni.
E probabilmente, considerando la terza area tematica ideata da Molinari, è così che doveva essere: “Italia 2050” è metafora del prossimo futuro big bang dell’architettura italiana.
Perché “Big Bang”? La riflessione di Molinari è categorica: “Nel 2050 l’architettura, se oggi non cambierà seriamente rotta, apparirà come una pratica anacronistica legata ai millenni passati”, e ciò a causa del non essere sincronizzata con i cambiamenti veloci e inarrestabili che la società contemporanea incarna.

Un Big Bang che, seppur datato al 2050, è in realtà già iniziato nel momento in cui ci si è lasciati alle spalle la riflessione storico critica sulla speculazione politico affaristica della seconda metà del secolo XX. E’ questo il tema centrale che va assolutamente preso di petto affinché l’architettura possa tornare ad essere “arte civile”, oltre ogni riflessione sul linguaggio.
Insomma, ci vorrebbe un Michelangelo Buonarroti contemporaneo, forse il primo architetto -ancora prima di Terragni e Rossi- ad essere stato “ailati” per come Molinari intende tale condizione.
Leggiamo Bruno Zevi nel suo “Storia e controstoria dell’architettura italiana”: “Cresciuto nel sinistro ambiente fiorentino di Lorenzo de’ Medici, quando la floridezza economica del primo rinascimento è già entrata in crisi, e ad un’epoca di espansione capitalista segue un periodo dominato da una generazione, dice Hauser, di ricchi ereditieri e figli viziati, Michelangiolo Buonarroti vive in una società mendace che protegge molti artisti, ma non a caso esclude le personalità indipendenti che non si piegano alle indulgenze di un neoplatonismo guardingo.”
Il “pensiero laterale” di Michelangelo sotterra la prospettiva centrale e nelle sue architetture si delineano chiaramente quei “frammenti di futuro” che Molinari desidera che oggi l’architettura italiana esprima.
Ovviamente, il riferimento a Michelangelo non può che essere concettuale ma credo possa altresì essere esplicativo.
Ed allora, tra i progetti esposti nell’area “Laboratorio Italia” inizia la mia ricerca dello spirito michelangiolesco contemporaneo. Mi stimola l’ affermazione chiave di Molinari, probabilmente quella che sta alla base di tutto il Padiglione Italia: “tornare a sperimentare”. Affermazione che non può essere scissa dalla certezza che l’architettura debba tornare ad essere “arte civile”. Decido così di leggere le architetture esposte come se fossero anonime, fatte da sconosciuti.
Insomma, l’obiettivo non è quello di esprimere con me stesso un giudizio critico ad personam rispetto il conosciuto elenco degli invitati poiché, visto che molti di essi non li condivido, avrei cominciato veramente male, prevenuto e non obiettivo.
Invero, ciò che mi deve guidare è anche quanto Molinari dichiarò all’indomani della sua nomina rispetto l’impostazione che avrebbe dato al Padiglione Italia: “prendere posizione con più forza facendo delle scelte” ovvero andando a “selezionare i lavori dei progettisti cercandoli, visitandoli e studiandoli veramente” ma soprattutto “cominciando a indicare anche le opere che non vanno, le alleanze scellerate, le giurie opache e le loro scelte poco chiare, recensendo le idee e i testi non graditi e opponendo a questi una idea personale e non la forza del proprio ruolo accademico o del proprio gusto.”

Punto primo: “prendere posizione”.
Molinari lo ha fatto, indubbio. Le scelte fatte sono da rispettare poiché ciascun curatore imposta il proprio lavoro secondo ciò che ritiene più consono al proprio modo di intendere l’architettura, frutto di studio e di ricerca.
I progetti selezionati vanno dunque esaminati rispetto le problematiche che ciascuno di essi ha posto ed affrontato. Ovviamente, oltre il significato etico delle singole opere, è importante verificare come esse riescano ad esprimerlo attraverso il loro essere “testo”, dunque “linguaggio”.

Punto secondo: “indicare ciò che non va” (alleanze, giurie, testi, etc.).
Qui c’è la vacatio di Molinari. Il più è capire in che accezione vada intesa tale vacatio, ma lo vedremo man mano che parleremo delle singole architetture esposte perché è da esse che essa nasce.

L’incitamento di Molinari a “sperimentare” mi risuona in mente costantemente durante la lettura delle architetture esposte. E più le guardo più penso ai significati del “non-finito” michelangiolesco nelle parole di Zevi: “ invera un assunto morale prima che uno stato psicologico, poiché dice: in un’età come questa, l’artista o si riallaccia ad un passato consumato e sconfitto, oppure abdica in gratuite mitizzazioni: occorre invece l’animus di lasciare interrogativi in sospeso là dove non vi sono valide risposte.”
A dire il vero, sono proprio poche le architetture esposte che hanno l’animus sperimentale. Farne l’elenco non servirebbe a nulla, piuttosto si devono leggere e trovare nel testo architettonico i significati direttamente riferibili ai parametri di scelta di Molinari.
Con i prossimi articoli cercherò di dare ai lettori di antiTHeSi la mia personalissima versione dei fatti, opera per opera, cercando di spiegare il perchè penso che l’assensa di agnosticismo sia bifronte.


(Paolo G.L. Ferrara – 16/9/2010)

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