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Storia e Critica

Introduzione ad Eisenman

Lunedì 22 marzo Peter Eisenman riceverà la Laurea Honoris Causa accordatagli dall’Università di Roma La Sapienza, Facoltà di Architettura L. Quaroni.
Per l’occasione Eisenman terrà una conferenza dal titolo “Il Futuro della Storia” con l’introduzione di Antonino Saggio che, vista l’importanza dell’evento, ha concesso ad antiTHeSi di pubblicarla in anteprima. Ringraziamo Saggio per l’occasione data ad antiTHeSi ed ai suoi lettori.


In Occasione della conferenza di Peter Eisenman “Il Futuro della Storia” per la Laurea in Honoris Causa accordata all’architetto da l’Università di Roma La Sapienza, Facoltà di Architettura L. Quaroni
In Roma 21 marzo 2003

La posizione di Peter Eisenman nello scenario internazionale dell’architettettura è chiara e forte. Egli è il grande teorico di un’architettura intesa come pratica critica.
Cerchiamo di intenderci. Cosa vuol dire un’architettura come pratica critica?
Vuol dire fondare la progettazione prima e la realizzazione poi sulla coscienza che l’architettura appartiene innanzitutto al mondo della ricerca intellettuale e solo successivamente ai materiali che le sono propri. E cioè agli spazi, alla costruzione, alla funzione, alla tettonica, che sono tutti soggetti ad un pensiero superiore, ad una ratio superiore, di cui essi sono, appunto, i materiali.
Eisenman, da questo punto di vista, è prima di tutto un intellettuale, in secondo luogo un didatta, in terzo luogo un architetto operante. Naturalmente non si tratta di una gerarchia ma di un intreccio indissolubile. Ma è importante capire che Eisenman è architetto, in quanto didatta e in quanto intellettuale, ed è a sua volta intellettuale, in quanto architetto e didatta.
Eisenman studia i temi del pensiero contemporaneo nei campi della Filosofia, delle Scienze, delle Arti cercando quei nessi che consentano alla sua architettura di essere di questi pensieri “pratica critica” e cioè ad un tempo conoscenza e interpretazione della realtà.
L’opera di Eisenman pone la realtà sotto la grande lente deformante e illuminante ad un tempo del pensiero contemporaneo. E questa lente, come quella di un orefice, serve ad un tempo a conoscerla quella realtà ma anche a lavorarci per trasformarla come, appunto, deve fare chi è chiamato come gli architetti a operare sulla realtà.
Ricordate il progetto del Triangolo Klingelhofer a Berlino del 1995 basato su una serie di morphing a partire dallo schema di un orologio?
I temi della sua indagine in quasi mezzo secolo di lavoro si sono succeduti a partire dal lavoro dei suoi due padri, Colin Rowe e Noam Chomsky, per proseguire con i filosofi francesi degli anni Ottanta (troppo noti per essere ancora ricordati nei nomi di Foucalult, Guattari, Deleuze, Derrida se non per ricordare che con alcuni di essi Eisenman ha firmato progetti) e ancora avanti negli anni Ottanta e Novanta nelle sfere della Scienza, della Matematica, della Tecnologia.
L’architettura dunque è pratica critica perché la connette con il pensiero contemporaneo nel nesso conoscenza-interpretazione, ma dall’altra è pratica critica nel processo del suo stesso farsi.


Cerchiamo, di nuovo, di intenderci.

Alla base dei progetti e delle costruzioni di Eisenman non c’è uno “schizzo”, e cioè la prefigurazione sintetica di un’idea spaziale, ma sempre un diagramma.
Cosa vuol dire avere alla base di un progetto un diagramma invece di uno schizzo?

Vuol dire, appunto, basare anche lo sviluppo del progetto d’architettura su una riflessione critica.
Il diagramma non prefigura soluzioni, ma indica possibili strade che, lungo la storia del progetto, l’architetto deve dipanare muovendo quelle linee reti diagrammatiche, quelle relazioni articolandole nello spazio, interpretando la loro natura alla luce del variare delle forze in campo.
Vale la pena di ricordare che questo modo di fare e di pensare ha influenzato migliaia di architetti di oggi?
A voi Peter Eisenman.

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