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Storia e Critica

Finisce anche il 2019

Finisce anche il 2019, per noi italiani abbastanza povero di novit. Addirittura negativo se pensiamo che una delle pi importanti, la vicenda di Genova Polcevera, sar ricordata per quello che abbiamo perduto e non per quello che abbiamo acquistato.
Nel panorama internazionale la situazione cambia, ma senza grandi sorprese.
Il National Museum of Qatar di Jean Nouvel, una rosa del deserto nel deserto, un pleonasmo architettonico, ha preso le facili prime pagine di molte riviste, ma non credo abbia condizionato pi di tanto la riflessione architettonica pi attenta. Da Nouvel, star indiscussa, ci si aspetterebbe qualcosa di meno scontato della fedele riproduzione d’una curiosit geologica.
Il progetto d’un altro museo, invece, meno teatrale ma non meno narciso, ha preso la scena internazionale. Si tratta del Kistefos Museet, un museo attorcigliato sopra un fiume, a Jevnaker in Norvegia, dello studio BIG, di Bjarke Ingels, che stato segnalato, oltre che sulle riviste modaiole, anche nei premi delle pi note associazioni nazionali di architettura. Quest’opera sicuramente interessante per la strategia abitativa che propone e per il gesto architettonico che ne denuncia il carattere.

(Kistefos Museet – BIG)

Altra opera, sempre un museo, che ha trovato spazio nel dibattito internazionale The Shed, multiforme centro per le arti di Diller Scofidio + Renfro a New York, USA. Un progetto molto newyorchese, che si inserisce perfettamente e con coerenza in una metropoli che sembra ormai vivere pi di recente passato che di futuro.

(The Shed – Diller Scofidio + Renfro)

Una sola abitazione citata nel gossip delle eccellenze.
Allepoca delle avanguardie, e della genesi dellarchitettura che noi oggi definiamo contemporanea, le architetture che marcavano la scena della cultura erano di dimensioni ridotte e molto spesso rappresentate da residenze. Labitare era considerato il banco di prova privilegiato della sfida architettonica, perch solo in questo luogo cera la possibilit di concepire la vicenda umana in tutti i suoi aspetti e le sue sfumature emotive. Altri luoghi perlopi pubblici che oggi vengono privilegiati, non offrono mai una tale possibilit poich tendono a premiare la natura sociale degli individui scordandosi di quella privata.
sicuramente vero che le risorse finanziarie per realizzare architetture sempre pi complicate e tecnologiche possono venire solo da grandi istituzioni pubbliche (o private, ma sempre rivolte al pubblico) ma la sovraesposizione dellarchitettura spettacolo, rispetto alla stragrande quantit di architettura privata e domestica che ancora viene diffusamente praticata, sta di fatto escludendo questultima dalla discussione e dal confronto costruttivo che sempre ne deriva. La poca attenzione verso labitare ci costringe a tollerare la diffusione sul territorio di una moltitudine di situazioni stanche, gi vecchie, standardizzate, nelle quali laderenza alla tradizione tout court pare rientrare perfettamente negli schemi dellurbanistica di massa. Quando prevale un concetto di omologazione, senza un modello innovativo convincente, si finisce per accettare la mediocrit come stato fisiologico ineludibile.
Ma le coscienze pi attente e meno distratte da lustrini e fuochi dartificio pare comincino a riflettere. Non un caso che le grandi associazioni nazionali come RIBA (Royal Institute of British Architects) assegni per questanno a Goldsmith Street di Mikhail Riches con Cathy Hawley il Premio Stirling 2019, assegnato al miglior nuovo edificio del Regno Unito. (Vedi il progetto qui —>)
Oppure, non un caso, che lAIA (American Institute of Architects) comprenda tra i premiati di questanno solo edifici che, nella loro apparente banalit, sembrano uscire dai canoni comunicativi del sensazionalismo. (Qui le opere premiate —>)

Tra le opere premiate dallAIA anche il TIRPITZ Museum, Blvand, Danimarca, sempre di BIG, gi autore del ponte attorcigliato. Segno questo di una prevalenza culturale dei paesi del nord europa che non si capisce bene se sia figlia di un clima sociale ed economico evidentemente pi evoluto, con la conseguente serenit con la quale si possono affrontare progetti importanti e rischiosi, o se tutto questo afflato appartenga ad un sentire in balia dei venti delle mode periodiche. Io propendo per la prima ipotesi ma lascio al lettore le sue riflessioni in proposito.
Voglio segnalare anche un altro progetto, di spirito sicuramente nordico e nel segno dellarchitettura biodegradabile, ma sicuramente pi interessante dei tanti tentativi maldestri di far pace con la natura facendola rientrare dalla finestra della speculazione edilizia.

Apro una parentesi.
Il servilismo dellarchitettura verso chi possiede il denaro per realizzarla ormai un dato acquisito universalmente. La disponibilit alla ruffianeria, che fa ormai parte del bagaglio professionale degli architetti, storia antica tanto che, pare, in un vecchio manoscritto venisse posta la domanda se si sarebbe consumata prima la lingua degli architetti o il culo dei principi.
Questo limite etico, sul quale ognuno padrone del proprio giudizio, ma che non pu essere disconosciuto, ha procurato nel tempo un cambio di prospettiva, come se il committente, da privato divenuto pubblico, in virt di questa magica trasformazione, di fatto rendesse etica la condizione servile dentro cui costretta la professione dellarchitetto.
Perch dico questo? Perch stiamo assistendo alla resa dellarchitettura al suo antagonista principale: la natura; la quale la reificazione massima del bene pubblico. Se lecologismo ha un senso, e scientificamente indiscutibilmente ce lha, non pu assumere laspetto duna caricatura bonaria, con edifici che assumono le forme d’una natura amica e compiacente, travestiti da improbabili boschi o foreste urbane. Questa ecologia illusoria; un trucco della lingua per mascherare il culo della speculazione, quella solita, metrocubista.
Chiudo la parentesi.

Il progetto di cui voglio parlare, e che propongo all’attenzione, un progetto di Snhetta, studio norvegese che sta nella migliore tradizione organica scandinava, spaziando dal design alla grafica e allarchitettura piccola e grande, capace di confrontarsi con il paesaggio e la natura senza subirli ma sfidandoli, governandoli, in questo modo esaltandone la potenza scenica. In tutti i loro progetti, laspetto monumentale o simbolico o celebrativo del tutto inesistente. Parlano solo gli spazi ottenuti dalla relazione tra cose e contesto, questultimo sempre affrontato con coraggio, senza timori reverenziali ma con il rispetto e la cautela di chi conosce profondamente il luogo climaticamente arduo dove si destinati a vivere e operare.
Il progetto che voglio trattare si chiama Under, un ristorante sommerso aperto in Norvegia, a Lindesnes nei pressi di Bly. Qui non c un albero e nemmeno un filo derba ma la fusione con la natura totale. E qui la natura particolarmente dura e severa.
Non c nemmeno un gran paesaggio ma, grazie allarchitettura, lo diventa.

(Under – Snhetta)

Voglio concludere con un inciso ed un augurio. Latelier Snhetta conta circa trecento collaboratori, in larghissima parte giovani. (Vedi qui—>).

Fantascienza per un paese come il nostro, ancora trincerato dentro i feudi professionali e, prima ancora, quelli accademici. Pur di tutelare lautonomia e la sopravvivenza del pi scarso tra i progettisti, persino illudendolo dessere utile se non indispensabile, listituzione ordinistica domina la frammentazione promuovendo la difesa personalistica e corporativa del singolo, diffidando delle forme societarie sulla base dellipocrisia di fondo per cui tutti gli iscritti debbano avere le stesse capacit. ln un sistema in cui ormai ci si azzuffa per le briciole, il futuro di tanti giovani dotati pu essere solo lesilio professionale. Questa professione, questarte, senza strutture adeguate, sta morendo, come larchitettura che da noi continua a stare in piedi zoppicando, frazionata, frammentata, sempre pi debole e disprezzata da masse sempre pi ignoranti, affidata, nelle commesse pi importanti e nel provincialismo pi scontato, alle scorribande dello star system. Tra un Tomaso, un Vittorio o un Salvatore che pontificano di tradizione e di passato, uccidendo qualsiasi novit che dal basso, dal mondo autenticamente popolare, potrebbe resettare un sistema che per sopravvivere s spinto ai limiti della mediazione economica e ideale, senza trovare una dimensione e una scala decente capace di mandare a quel paese questi bulli della tradizione, questa professione, libera e creativa, muore.
Faccio quindi un augurio ai tanti giovani architetti che vorrebbero vivere nel proprio paese. Auguro loro, e mi auguro, che le grandi istituzioni, pubbliche e private, prendano in considerazione per i loro ambiziosi progetti anche le risorse nuove e promettenti di questo paese, senza costringerle dentro le follie normative dettate dal livellamento al basso della qualit edilizia, dentro gli interessi dei pochi che hanno occupato ogni spazio accademico e mediatico per la propria promozione.
Chiedo che il mondo della finanza smetta di finanziare qualsiasi speculazione immobiliare, come avvenuto in un recente passato, e sulla quale tutte le banche hanno abbondantemente lucrato a spese dun paese oggi degradato sul piano morale, etico ed economico. I finanziamenti, pubblici e privati, devono avere come prospettiva non il domani, e nemmeno il dopodomani, ma un tempo almeno ventennale, il tempo minimo necessario per rimettere mano ai disastri urbanistici e sociali che ci ha lasciato let politica delle tette e delle ballerine.
AntiTHesi, oltre a fare gli auguri a tutti i lettori, si rende disponibile a ricevere, pubblicare e promuovere qualsiasi iniziativa che abbia per finalit la creazione di nuovi soggetti, con risorse e capacit necessarie a competere con la concorrenza internazionale.
Buon 2020 a tutti.

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