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Storia e Critica

Momumenti, Daverio e il cemento armato

In un recente programma televisivo in cui si ricordava il ponte Morandi di Genova ad un anno dal crollo di una torre, Philippe Daverio, noto curatore di programmi televisivi sull’arte, si avventurava in una stravagante critica dell’architettura contemporanea, di cui evidentemente non dev’essere granché esperto, nella quale sosteneva che l’utilizzo rilevante del cemento armato avrebbe di fatto estromesso la medesima da una concezione monumentale (nel significato preciso del termine) dell’architettura, in quanto incapace di durata e pertanto indegna di conservazione. Come se la firmitas, la robustezza insieme alla capacità di perdurare nel tempo, fosse principio capitale anche del movimento moderno.
Contro questa concezione ingenua della storia dell’architettura, peraltro largamente diffusa tra la popolazione, vorrei riproporre alcuni riflessioni e concetti, senza la conoscenza e comprensione dei quali diventa difficile qualsiasi approdo alle questioni teoriche tirate in ballo dalla drammaticità di un evento come quello di Genova e, purtroppo, risolto nel peggiore dei modi possibili.

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Relativamente agli edifici/monumenti, voglio ricordare innanzitutto che uno dei punti essenziali del movimento moderno concepisce gli edifici per essere proprio il contrario dei monumenti.
La loro a-monumentalità è, infatti, nel suo statuto.
La rinuncia alla decorazione ne è stata la prima conseguenza visibile. Non è un caso che il primo atto della reazione postmoderna sia stato quello di riconsiderare la decorazione quale elemento distintivo delle tipologie dell’architettura. Le tipologie, storicamente catalogate per classe e censo degli abitanti, sono l’antitesi concettuale del movimento moderno.
Il destinatario delle architettura della modernità, infatti, non è il tipo umano ma l’uomo nella sua universalità, senza religione, classe e censo. Questa idea ha determinato un salto teorico epocale per un’arte sempre serva d’un padrone al quale necessitava la propaganda d’un’autorità dogmatica o un riscatto etico da attuare esteticamente.
Nell’epoca nuova è l’uomo con le sue necessità contingenti che prende il posto della mistificazione, nella quale la legittimazione del potere si realizza tutt’ora nella liturgia architettonica del simbolismo classico. La durata nel tempo degli edifici del potere diviene quindi garanzia di stabilità del suo privilegio sociale prima ancora d’essere espressione d’una saggia gestione del patrimonio immobiliare.
Il fatto che un edificio possa durare nei secoli non è sicuramente una preoccupazione dell’architettura moderna.
Gli edifici della modernità nascono per la contingenza, per il qui e adesso. Criticarli oggi per la loro deperibilità è sciocco e inutile. Sarebbe come criticare i sacchi e le plastiche di Alberto Burri per la loro deperibilità, quando è proprio questa precarietà che rende la loro espressione formale un’opera d’arte. Siccome deperiscono non sono arte al pari di una tela del settecento?

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La capacità degli edifici della modernità di durare nel tempo dipende, quindi, principalmente dal loro utilizzo (e non parlo solo di usura materiale ma anche di quella culturale).
L’utilizzo è parte costituente la loro natura architettonica. Non è immaginabile nessuna architettura riferibile al movimento moderno che non contempli l’uso pratico dell’edificio. Nessuna architettura onestamente contemporanea potrebbe sacrificare l’utilizzo dei suoi spazi sull’altare della composizione simbolica, storicistica o banalmente formale. Lo ha fatto il movimento reazionario post moderno, seguito da altri storicismi più o meno colti, ponendosi di fatto fuori dalla contemporaneità e dalla ricerca architettonica.
Vincolando la teoria architettonica ad un’idea identitaria malsana, s’è costretta la complessa ed articolata avventura del novecento architettonico dentro lo schema semplificato dello stile internazionale, come se fosse l’unico da proporre come bersaglio della ritrovata identità minacciata dal pensiero unico. Pensiero che, nel nostro paese, unico non è mai stato. Basta un poco di cultura storica, infatti, per conoscere i tanti aspetti che il moderno ha saputo produrre nel novecento. Ma tutte queste varianti, nessuna esclusa, non hanno mai abbandonato la concezione fondamentalmente utilitaristica dell’architettura.
Il timore d’un’identità perduta o perdibile, pontificata per anni nella accademie patrie, ha vanificato decenni di ricerca seria e intelligente. Ma la verità della storia ci dice che nessun identità scompare, ma semplicemente cambia, si trasforma. Ci dice che l’unica coerenza metodologica che possiamo ricavare dai fatti storici riguarda la capacità di questi di adeguare il linguaggio che li esprime alle nuove contingenze.
Si chiama trasformazione, ed è l’unica azione tollerata dall’idea conservativa relativamente all’architettura moderna.
La trasformazione è l’unica operazione capace di conservare lo spirito profondo della modernità: l’uso. Non sappiamo che farcene di ruderi moderni.
Immaginiamo di tenere in piedi il ponte Morandi senza il transito dei veicoli. Che tristezza e povertà di senso!
Per questo il restauro del moderno dev’essere attivo e non passivo. Questo può costare in termini di fedeltà formale ma conserverà non solo l’edificio ma la sua storia e il suo indotto. Genova ne è l’esempio più palese. Distruggendo il ponte s’è distrutto un quartiere con tutti i suoi aspetti edilizi, economici, sociali e affettivi. Storici soprattutto.
Solo l’ambizione d’un architetto vanaglorioso e supponente (e tutti sappiamo di chi parlo) ha potuto promuovere un’idea figurativa e superficiale dell’ecologia e della retorica. Tutti pronti a rincorrere il recupero d’un banale paesaggio naturale mistificato (che non è mai esistito) trascurando il paesaggio umano che, nella sua varietà e ricchezza sociale, è l’unico in grado di rappresentare il nostro tempo sinceramente travagliato.

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A Genova il nostro paese ha perso un’occasione unica di mostrare al mondo le capacità nelle quali le nostre professionalità primeggiano. Soprattutto la nostra cultura, nella quale restauro e conservazione sono universalmente riconosciute capacità eccellenti, è stata umiliata da una gestione dilettantesca di una classe dirigente sempre più vittima della propria ossessione trivialmente popolare.
Nella soluzione del nuovo viadotto non c’è etica perché s’è voluto rinunciare al recupero di un bene che, oltre ad essere un capolavoro della civiltà umana, con un adeguato intervento di recupero e trasformazione avrebbe potuto proseguire degnamente la funzione per cui è nato. Non c’è ecologia, perché dietro la cartolina d’un banale parco urbano si celano montagne di detriti, di acciaio e di nuovo cemento. Il buon senso avrebbe voluto almeno recuperare le vecchie fondazioni, ma pare che ragioni psicologiche abbiano reso più efficace la propaganda del viadotto, in tutto e per tutto nuovo. Sbagliando.

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