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Storia e Critica

Mascalzonate di un critico mediocre

In un recente scritto sul web, Punto e a capo per la critica in Italia (n.2) , Valerio Paolo Mosco compie una di quelle azioni che volgarmente vengono definite mascalzonate. Chi si comporta in maniera disonesta, falsa, e senza scrupoli, non può essere definito diversamente. Il suo scritto, tra l’altro in risposta ad uno peggiore di Luca Molinari, non fa che darci la dimensione dell’acredine e della frustrazione presenti nei personaggi di quel mondo autoreferenziale e decotto che approvvigiona le varie scuole d’architettura italiane.
Un blabla nauseante, condito di retorica nichilista e pedanteria letteraria, messo in atto al solo scopo di deprimere un contesto culturale sul quale possano emergere i pochi nani del loro affezionato carrozzone accademico.
Non sto a elencare tutte le falsità denunciate in un pur breve testo sedicente critico. Mi limiterò a dire quelle relative alla figura di Bruno Zevi.
Dice Mosco: “Come si sa la costruzione critica di Zevi è un peculiare prodotto di sintesi tra purovisibilismo,idealismo crociano (a cui si aggiunge De Sanctis) e verve militante alla Persico, ingredienti tenuti insieme dalla fede che l’analisi critica del linguaggio avrebbe identificato le tendenze e con esse i paradigmi generali che sottendono le stesse.”
Vi è una grossa contraddizione in questa frase. Se la costruzione critica di Zevi si fonda su purovisibilismo e Croce, cioè sull’arte per l’arte, l’espressionismo, il soggettivismo della visione, come può la stessa produrre paradigmi a sostegno di tendenze? L’analisi critica del linguaggio condotta da Zevi, le famose invarianti, non sono modelli ma chiavi di lettura. La difficoltà di conciliare la libertà espressiva con i confini imposti dal linguaggio ha ispirato la teoria delle invarianti: non si possono dare regole per progettare ma si possono individuare identità sintattiche nella lettura delle opere. Per Zevi, leggere e scrivere non sono atti simmetrici. E questo Mosco non l’ha sicuramente compreso.
Dice ancora Mosco: “Zevi in quello che si può considerare il suo testamento intellettuale, il Manifesto di Modena, svilisce la sua argomentata costruzione schiacciandola su tesi che ormai hanno perso la plasticità argomentativa del passato. Nel Manifesto egli afferma infatti che finalmente la “battaglia dell’architettura moderna” era vinta in quanto l’allora imperante decostruttivismo dimostrava che modernismo e senso organico avevano trovato finalmente una sintesi operativa. Sarebbe bastato quindi continuare a storcere ancora di più gli edifici, deflagrarli arbitrariamente, congestionarli oltre la ragionevolezza, renderli organismi compulsivi come tribolanti figure manieriste, per arrivare al porto sicuro di una modernità paga dei suoi stessi tormenti.”
Questo è assolutamente falso. Travisa quanto Zevi nell’occasione ebbe modo di dire. Lo so perché ero presente. Zevi non parlava mai di modernismo ma di modernità. La vittoria dell’architettura moderna, a cui Zevi faceva riferimento, riguardava la modernità nel senso che Baudrillard aveva dato a questo termine: modernità come crisi trasformata in valore. Chiunque minimamente si sia occupato di Zevi non può ignorare questo aspetto. Non può confonderlo con un’idea triviale di modernismo, come fa scorrettamente Mosco nel suo scritto. Se sintesi è avvenuta, è una sintesi nobilmente costruttiva, capace di costruire poesia sopra la retorica rovesciata degli edifici storti, della loro crisi. Il portato di tale novità concettuale è strabiliante perché apre l’architettura all’esperienza di nuovi strumenti, mezzi e geometrie spaziali. Proprio quelle geometrie che irritano quei pedanti dell’accademia, tradizionalisti nel profondo, poco colpiti dalla crisi che sono quindi poco disposti al cambiamento. La modernità non è “paga dei propri tormenti” ma è appena agli esordi d’un cammino fecondo, appena frenato da giullari e buffoni di corte che occupano impropriamente gli assi ortogonali delle istituzioni culturali di questo paese.
Per finire, il gran finale di Mosco, con riflessione sull’importanza della rete.
La pochezza delle argomentazioni di Zevi nel breve testo del Manifesto è allarmante; rileggendola si ha già il sapore di quel chiacchiericcio per slogan che da allora in poi avrebbe nutrito il battibecco ad oltranza del web.
Cosa dire? In fondo, scrivendo egli stesso sul web, si dà del coglione da solo..

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