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La Vie en Rosa

Riso amaro

Sebben che siamo donne
paura non abbiamo
abbiam delle belle buone lingue
abbiam delle belle buone lingue
e voialtri signoroni
che ci avete tanto orgoglio
abbassate la superbia
e aprite il portafoglio


A leggere l’ultimo numero di Casabella dedicato alle donne in architettura, mi viene voglia di riesumare la Kollontaj, comprarmi una copia nuova di zecca dell’autobiografia di Angela Davis, stampigliarmi sulla maglietta la scritta “Io sono mia” e organizzare subito uno di quei bellissimi collettivi di una volta in cui si discuteva del femminile e si faceva autocoscienza. In un delirio di contrizione autodistruttiva mi sento perfino di andarmi a leggere tre pagine di seguito di Luce Irigaray…insomma cari miei, lo confesso, mi viene di diventare femministo. Subito dopo liberare la mia vera indole e iscrivermi all’arcigay come lesbico.
Si comincia dalla prima riga con i distinguo, le precisazioni, le cautele e le scuse: è vero che abbiamo fatto questo numero…però non lo volevamo fare…noi badiamo alla qualità…il sesso c’interessa relativamente… tuttavia è vero che…ma è anche innegabile che…d’altra parte non si può certo dire che…
Non avessi il pisello manderei una letterina a Babbo Natale per farmelo trovare sotto l’albero.
Ma, dico, è possibile prendere sul serio un’antibarbie istituzionalizzata che ci racconta che nel suo caso “è stato il mio carattere stravagante piuttosto che il fatto di esser donna a rendere più complicato il mio inserimento in una cultura diversa (Zaha Hadid)” oppure stare a sentire senza incornare il tavolino a testate che “è importante che ogni architetto, uomo o donna che sia, riconosca la capacità dell’altro di svolgere la professione allo stesso livello (Odile Decq)”? Tutto questo per la non indifferente somma di euro dieci e cinquanta? Allo stesso costo, scusate tanto, me ne vado in un cinemino d’essai a vedermi due film di Franco e Ciccio e con il sunto ci tengo una conferenza sul come e sul perché il femminismo non poteva non finire com’è finito.
Se sono fortunato, con la cena che mi offrono in quanto conferenziere fuori sede ci recupero anche il prezzo del biglietto.
E’ bello, in ogni modo, che l’architetta Pinos dichiari che “quando si hanno chiari i propri obiettivi si devono affrontare le difficoltà per quello che sono, senza stare lì a pensare se siano dovute all’essere bianco o nero, uomo o donna…si tratta solo di ostacoli da superare e niente di più”. Magari se lo si fosse detto subito a quelli che a Dachau rompevano le scatole con la bizzarra pretesa che i loro guai derivassero dall’essere ebrei sarebbe stato ancora più bello: cari, sollevate quella benedetta Kippah e mettetevi in testa una cosina meno appariscente, sappiate, infatti, che il vostro problema non consiste nel fatto che siete ebrei, è solo che dovete imparare a superare gli ostacoli. Avremmo così aggiustato la cosa come si fa tra personcine civili. Bastava anche spiegarlo ad Amina un po’ prima che la lapidassero, allora sì che sarebbe stata tutta un’altra storia. Sai le risate dei lapidatori. E’ come stare a una riunione di famiglia con Jader Jacobelli che modera il nulla mentre la nonna si mangia i pasticcini e di nascosto butta il tè nella pianta: “gutta cavat lapidem” fa Carme Pinos, “io, per parte mia, ho infranto tutte le barriere” risponde sussiegosa la Hadid, “Non vorrei omettere l’apprezzamento richiesto su Zaha Hadid…” sussurra suadente Flora Ruchat. L’aria è rarefatta, gira la testa e qualche amica si appisola: “Occuparsi di architettura è positivo in generale (Elsa Prochazka)” un’altra già ronfa “…nel 1999 sono stata intervistata…in quell’occasione dissi: “…anche nell’ambiente dell’architettura esiste una differenza tra uomini e donne (Odile Decq)”.
Al buffet invece, nell’indecisione tra una tartina e un vol au vent, ci s’infervora: “Sono fermamente convinta che, a differenza degli uomini, le donne godono di un vantaggio (che forse è anche uno svantaggio): possono scegliere (Odile Decq)” sono cose che scuotono; tant’è che, alla fine, si propende per il buccellato della zia Clementina che, almeno, ha il vantaggio (che a volte, bisogna dirlo, è anche uno svantaggio) d’essere fatto in casa: “La donna ha molto da offrire al mondo del lavoro (Carme Pinos)”. Capito o no?
E’ un piacere, però, notare che, in tutto questo fuggi fuggi, la vecchia guardia non molla, sentiamo che ha da dire Gae Aulenti: “…il sapere è costituito dai processi che lo determinano e l’architettura non è né un piacere solitario né la ricerca di un linguaggio che escluda la soggettività artistica, ma è potenzialità critica che prepara gli strumenti che serviranno proprio a definire una specificità della disciplina”. Come potete vedere abbiamo ancora, feriti ma invitti, sia la potenzialità critica sia la specificità della disciplina, e a coprirgli la ritirata ci sono i processi che la determinano senza per questo prendere sotto gamba la questione della soggettività artistica. Credetemi, quello sì che era vivere.
Insomma cari miei: il femminismo è di sicuro messo male, ma se lo stato dell’arte è questo, le femmine d’architetto stanno anche peggio. Non c’è da meravigliarsi, visto che l’architettura ormai è diventata un mestiere del cazzo.


(Ugo Rosa – 2/5/2005)

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